Intervista a Manolo Mesa

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Incontriamo Manolo Mesa, il secondo artista del

la line-up del Bag Out, ai piedi del suo murale in via città Gemellate a Lioni per fare quattro chiacchiere e farci raccontare un po’ com’è andata.

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Ciao Manolo, raccontaci le tue impressioni sul Bag Out e su Lioni.

Al mio arrivo sono rimasto colpito dalle somiglianze con il mio paese: ho notato lo stesso tipo di calore nelle persone e anche le architetture sono molto simili. Mi sono sentito accolto, la relazione con le persone del posto è importante per me, e mi piace vedere in loro l’interesse per quello che facciamo noi che dipingiamo i murales. Mi sembra che siano tutti molto entusiasti del fatto che arrivino qui artisti a dipingere, e sono contento di poter lasciare qualcosa che verrà apprezzato. L’esperienza mi piace molto anche perché Lioni è una città piccola ed è all’inizio di questo percorso di promozione dell’arte pubblica. Qui tutti si conoscono e vogliono conoscerti, questo crea subito aggregazione. Vedi, per esempio adesso, mentre io e te stiamo parlando, molti ragazzi si sono dati appuntamenti qui sotto al muro al tramonto per fare un po’ di musica,  approfittando del momento per stare insieme. E’ proprio bello!

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Trovi che questo sia l’aspetto migliore dell’arte pubblica?

Dipingere durante questo tipo di situazioni è per me molto interessante: il fatto che in questo tipo di festival puoi dipingere con calma, permette alle persone di venire ad osservare il tuo lavoro, di discuterci su. Magari molte persone non sanno come vengono realizzati i murales e vederci al lavoro può interessare, dare spunti, cambiare il loro punto di vista sullo spazio urbano.

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Parliamo un po’ del tuo murale. Sebas (Velasco) ci ha spiegato che le pareti su cui sarebbero stati realizzati i vostri murales sono vicine e che quindi avevate pensato ad un tema comune. Lui al suo arrivo ha visitato il paese e fatto diverse foto, tu da cosa ti sei lasciato ispirare?

Sono partito anch’io come Sebas prendendo ispirazione dalla gente del posto, ci piace raccontare attraverso la pittura figurativa la relazione fra la gente e la loro terra. In questi posti, non “stracolmi di cose” come la città, le persone riescono ad avere una relazione più diretta con il territorio, con la natura. Questo aspetto mi piace e mi ha spinto ad affrontare questa tematica. Nei due murales ci sono diverse connessioni: il tema rurale, il gallo, le tonalità utilizzate.

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Sono tanti i paesi come Lioni che cominciano ad approcciare all’arte pubblica, ai murales, tu che cosa ne pensi?

E’ molto interessante questa domanda. Penso che ci siano due modi di portare avanti questo tipo di discorso: quello buona, che è quello che si sta portando avanti qui, e quello con aspetti negativi che spesso avviene nelle grandi città. Quando si fanno questo tipo di manifestazioni nei piccoli centri, le persone si riuniscono, si fanno e ti fanno domande, possono partecipare tutti all’intero processo creativo. L’arte urbana non è ancora conosciuta ovunque, magari nelle piccole comunità è ancora tutto nuovo ed è entusiasmante per me. Mi piace l’idea che le persone, soprattutto gli anziani, vivano tutto il processo creativo insieme all’artista, che abbiano la possibilità di entrare nell’arte, di incontrare artisti importanti, di vivere dei momenti con loro in maniera diretta senza il “filtro” freddo del museo. La cultura è la cosa che ti fa diventare più libero, che ti fa apprezzare il bello della vita, ed è ciò che succede mentre fai questa cosa. Nelle città capita che l’arte urbana diventi un fenomeno modaiolo che, spesso, noi ragazzi che dipingiamo o che magari siamo agli inizi, viviamo come pressante. Invece in queste dimensioni è come se fosse tutto nuovo e ti senti stimolato, è come sentirsi il portavoce di qualcosa di bello.  È bello arrivare in posti che non avresti mai immaginato e potergli portare la tua visione del mondo, è un po’ come se una parte del mondo venisse da te. Un modo negativo invece di condurre questo tipo di eventi è quello che può dar vita al problema della gentrificazione. È un problema che spesso si manifesta nelle grandi città dove dietro grandi progetti culturali nei quartieri problematici che hanno i murales per protagonisti ci sono le ombre di interessi politici, economici e la finalità di lucro, e questa è una cosa decisamente brutta.

Parlaci un po’ di te, dei tuoi esordi in strada. Hai iniziato con il writing?

Ancora lo faccio! Sono partito da lì, adesso non è il mio “lavoro”, ma lo faccio ancora ogni tanto. Le mie radici sono nel writing e capita di riunirmi con i vecchi amici e fare graffiti insieme. Non c’è cosa più bella poi che riguardare le foto di un pezzo e farsi prendere dai ricordi…

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Quando è stato il momento in cui sei “passato” alla street art?

Non ho mai pensato di “passare alla street art”, volevo solo fare delle cose diverse dagli altri writer. Da piccolo il mio fratello più grande che fa murales, writing ecc., mi diceva sempre che le tendenze cambiano anche nel writing e che dovevo stare al passo, ma io ero più attratto dalla parte artistica che dal lettering e questo mi ha portato a fare quello che faccio oggi. Ho provato anche a mixare le due cose, ma più ci provavo e più mi rendevo conto che sono espressioni diverse.

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Forse attraverso la Street art e l’Arte Pubblica è più semplice comunicare?

In realtà, a parte situazioni speciali come questa dove trovo giusto tenere conto dell’opinione degli abitanti, non sempre mi interessa comunicare con gli altri attraverso le mie opere. A volte sono solo concentrato sul mio bisogno di esprimermi, producendo cose strane che spesso nell’immediato non capisco nemmeno io, cerco di assecondare la mia esigenza.

Tu sei una persona molto solare, allegra, eppure dai tuoi lavori spesso traspare un senso di inquietudine

Eeeh… se vedessi i posti che frequento (mi dice ridendo)!Sono cresciuto in un quartiere dove o facevi skate o facevi i graffiti, è una visione hardcore della vita, siamo un po’ come i cani randagi. In realtà mi piace il mondo underground, le catacombe, il lato dark.

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Artisti a cui ti ispiri?

Ammiro molti artisti e mi piacciono molti movimenti come ad esempio l’Arte Povera per l’ utilizzo delle cose, degli oggetti, che entrano a far parte del processo creativo. Trovo interessante anche artisti del filone Land Art come Richard Long, mi sento affine per alcune cose. Mentre studiavo all’Università, mi sembrava incredibile come alcuni miei processi fossero in comune con questi artisti, poi realizzi che è la tua stessa vita, l’intero processo creativo, ad essere la vera opera. L’opera sei tu che esci di casa, prendi la bicicletta (la mia grande passione), cerchi un posto dove dipingere, viaggi, osservi, percorri i luoghi, fai il murale, fai la foto perché è un tipo di arte effimera, la condividi su internet ecc. ecc. L’opera è il prima, il durante e il dopo.

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La street art e l’arte pubblica si sono diffuse moltissimo anche grazie alla rete. Cosa ne pensi?

La rete è uno strumento positivo, ti dà tanta visibilità e permette di far conoscere il tuo lavoro, però adesso è tutto troppo globalizzato. Rischiamo di perdere l’autenticità delle culture dei luoghi.

Cosa ricorderai di questi giorni passati al Bag Out? Raccontaci un episodio particolare

La prima sera che ero qui i ragazzi dell’organizzazione mi hanno fatto fare le 6 del mattino, portandomi in tutti i bar, addirittura nell’ultimo siamo rimasti chiusi dentro! La mattina poi la sveglia era presto per iniziare a lavorare…  mi è sembrato un ottimo inizio!!! Credo proprio che non dimenticherò mai l’amicizia nata con i membri dell’organizzazione e l’affetto delle persone e dei ragazzi del paese che mi hanno accolto.

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Grazie Manolo!

Federica Belmonte

 

 

 

ENGLISH VERSION

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We met Manolo Mesa, the second artist of Bag Out line-up, while he was finishing his mural in via Città Gemellate in Lioni. We had a chat with him about his experience at Bag Out.

Hi Manolo, tell us about your experience at Bag Out.

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The first things I’ve found at my arrival in Lioni were the warmth of people and architectures, so similar to my town. I felt at home. The relationship with the locals is very important for me, and I like to feel their interest in our work. Everybody seems very excited about the fact that a lot of artists will be here to paint and I’m happy to leave something that will be appreciated.Lioni is a small town and it’s starting now with the promotion of public art projects. Here everybody knows each other and they want meet you and this became a good chance to stay together. For example, while we’re talking, a lot of young people came to the wall to see the mural, make some music and have fun. It’s amazing!

In your opinion is this the best aspect of public art?

It’s very interesting for me to paint in a situation like this, because you can take your time to paint and people can observe your work in progress and talk about it. It’s a good opportunity to discover how we do murals and this fact can give them ideas and change their point of view about public space.

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Let’s talk about your work. Your mural is close to Sebas Velasco’s one and so you’ve chosen a common theme. Sebas visited Lioni and took some pictures, what about your inspiration? What caught your attention?

I was inspired from locals. We like showing, through our figurative paintings, the relationship between people and their territory. In this place, not so chaotic as cities, people can able to have a more direct connection with nature and this aspect is very interesting for me and it’s also the reason why I’ve chosen this subject. There are a lot of connections between the walls: rural elements, the rooster, colours.

 

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What do you think about small communities which start projects of public art?

It’s a very interesting question. I think there are two ways to carry out this type of discourse: the good one, like that they are doing here, and the other ones with negative aspects, that often happens in big cities. When you do this kind of demonstrations in small towns, people come together, they do and they make you questions, they can participate in all the entire creative process.

Urban art is not yet known everywhere, even in small communities everything is still all new and this is exciting for me. I like the idea that people, especially the elderly, live throughout the creative process together with the artist, they have a chance to enter in the art, to meet important artists, to live that moments with them directly without the “filter” of the museum.

Culture sets us free and makes us able to appreciate the best of life and it’s what happens while you’re doing this. In the cities it happened that the urban art became a fashionable phenomenon that often we, young painters, live as pressing. In these dimensions everything seems new and you feel stimulated, you feel like the spokesperson of something beautiful.

It’s nice to go to places you never imagined and be able to bring your vision of the world, is a bit as if part of the world came to you. On the other side, a negative way of conducting this type of event is to let rise the problem of gentrification. It often occurs in large cities where, behind large cultural projects, in distressed neighborhoods that have the murals for the protagonists, there are shadows of political, economic, and the pursuit of profit, and this is something very bad.

 

 

Tell us something about you and your beginning in the streets. Did you start as a graffiti writer?

Yes… I still do it! It’s not my “job” but I started with graffiti and sometimes I still have fun with my old friends. I really enjoy watching the old pictures and let me go to the memories…

When you switched to street art?

I never thought to “switch to street art”, I just wanted to do different things from other writers.

When I was a child my older brother (he is also an artist) always said to me that, also in graffiti writing trends changes and I had to keep up, but I was more interested in art than lettering and that led me to make what I do today. I also tried to mix the two, but trying it I realized that they are different expressions.

 

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Do you mean that it’s easier to communicate through street art and public art?

Indeed, apart from situation as Bag Out in which I think it is proper to consider the opinion of people who live here, I’m not always interested in communication with other people. Sometimes I’m just focused on my need to express myself, producing something strange that often I can’t immediately understand it myself, I just try to satisfy my needs.

You’re very cheerful, but often in your work there is a sense of disquiet…

You should have to see the places I usually frequent (laugh)! I grew up in a neighborhood in which skates and graffiti culture were widespread. It’s a hardcore vision of life, we are such as stray dogs! I’m fascinated by underground, catacombs, the dark side.

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Which artists do you prefer?

I admire a lot of artists and I like many movements. For example, I like the Arte Povera for the use of common objects in the creative process. I also feel similarities with Land Art artists such as Richard Long. While I was studying at the University, it found amazing how some of my artistic process were akin to that of these artists. Then you realize that your own life and the entire creative process, are the true work. The work is you: you leave the house, take the bike (my passion), looking at a place to paint, travel, view, walk through the places, do the mural, do the picture because it is a type of ephemeral art, share on Internet etc. etc. The work is the “before, during and after”.

Thanks to internet, street art and public art now are widespread in the world. What do you think about it?

The network is a positive tool, it gives you so much visibility and allows you to make known your work, but now everything is too globalized. We risk to lose the authenticity of local cultures.

What will you remember of those days at Bag Out? Tell us about a singolar episode.
The first night I was here, the guys from the staff made me go to bed at 6 in the morning taking me in all the clubs, even the last in which we were locked in! The day after the alarm will sound soon to start to work … it was a great start!!! I guess I’ll never forget the friendship born with members of the organization and the affection of the people and the workers from the country that welcomed me.

Thank you, Manolo!

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